La nuova epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo continua a crescere a ritmi che preoccupano seriamente la comunità internazionale e le organizzazioni sanitarie. Secondo l'ultimo bollettino del Polo Viaggi Artemisia Lab-Cesmet, aggiornato al 18 settembre, i casi confermati sono arrivati a 7.541, con 3.639 decessi e una letalità che si attesta al 48%. Numeri che, in appena un mese e mezzo, sono quasi raddoppiati: il 5 agosto i casi erano 3.748 e i morti 1.657.
L'epidemia interessa sette province e 62 zone sanitarie del Paese, e il virus ha raggiunto il Sud-Ubangi, nell'estremo nord-ovest del Paese, vicino ai confini con la Repubblica Centrafricana e il Congo-Brazzaville. "Parliamo di un'epidemia fuori controllo in senso tecnico", spiega Paolo Meo, infettivologo e tropicalista, autrice del bollettino. "L'infezione non è contenuta e continua a crescere. Non sappiamo quanti casi reali ci siano, e questo è il problema più grave".
Dall'inizio di agosto, la media è stata di circa 80 nuovi casi confermati al giorno. Nella provincia del Nord Kivu, nelle ultime due settimane, i contagi settimanali sono quasi raddoppiati. A Katwa, quartiere di Butembo, la letalità ha superato il 68%. L'Organizzazione mondiale della sanità segnala inoltre un dato particolarmente allarmante: molti decessi sono avvenuti nelle abitazioni e non nelle strutture sanitarie, e alcuni dei deceduti non figuravano nelle liste dei contatti, il che indica l'esistenza di catene di trasmissione non monitorate.
Secondo il Comitato di emergenza dell'Oms, il numero reale delle infezioni potrebbe essere dalle 3 alle 4 volte superiore ai casi confermati. "Se la progressione dovesse continuare a questi ritmi, l'epidemia potrebbe superare quella dell'Africa occidentale del 2013-2016", avverte Meo.
Il caso del Sud-Ubangi e il rischio internazionale
Particolarmente preoccupante è il caso confermato il 10 settembre in un uomo di 23 anni nel Sud-Ubangi, vicino ai confini con la Repubblica Centrafricana e il Congo-Brazzaville. Il paziente, deceduto, aveva attraversato diverse aree del Paese prima di manifestare i sintomi, aumentando il rischio di diffusione del virus. Il tracciamento dei suoi contatti è ancora in corso.
Il rischio di diffusione internazionale è legato soprattutto agli spostamenti terrestri e fluviali tra gli Stati confinanti. "Il rischio internazionale non viaggia in aereo verso l’Europa: viaggia su strada, in moto e in barca fra i Paesi vicini", sottolinea Meo.
La situazione in Europa e in Italia
In Europa, dal 13 luglio non si sono registrati nuovi casi di Ebola esportati dall'Africa. I tre casi identificati dall'inizio dell'epidemia hanno riguardato operatori sanitari o umanitari, e tutti sono guariti. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) continua a valutare molto basso il rischio di importazione.
Il virus Ebola non si trasmette per via respiratoria, ma attraverso il contatto diretto con liquidi biologici. "Per chi vive in Italia il rischio di ammalarsi di Ebola resta remotissimo", spiega Meo. Tuttavia, l'ordinanza del Ministero della Salute del 29 maggio impone a chi rientra da Congo o Uganda di comunicare il proprio viaggio alla Asl.
L'ordinanza ha una durata di 120 giorni e dovrebbe scadere intorno al 26 settembre. In caso di rinnovo, Meo suggerisce di aggiornare l'elenco dei Paesi interessati, includendo quelli realmente coinvolti dall'epidemia.
Vaccini, terapie e raccomandazioni per i viaggi
La ricerca su vaccini e terapie continua. Tre vaccini e tre terapie sono attualmente in fase di sperimentazione. L'Oms ha annunciato il 21 settembre l'avvio della sperimentazione con il vaccino Ervebo nella provincia dell'Ituri, e i risultati sull’efficacia sono attesi tra ottobre e novembre.
Per quanto riguarda i viaggi, la raccomandazione è di rinviare quelli non essenziali nelle province interessate. Kinshasa e le aree meridionali del Paese non sono incluse tra le zone di contagio. In ogni caso, la malaria continua a essere la causa più probabile di febbre nell'area.
A chi rientra da aree interessate, Meo raccomanda di contattare il proprio medico di famiglia o la Asl in caso di febbre entro 21 giorni dal rientro, senza recarsi direttamente al pronto soccorso.