Un dispositivo può sembrare un dettaglio, ma per chi affronta un percorso oncologico può fare una grande differenza: contribuire alla continuità delle cure, alla sicurezza e alla qualità della vita. Da questa consapevolezza è partito il confronto ospitato a Paola il 31 ottobre, in occasione del convegno “L'accesso venoso nel paziente oncologico 2.0”, organizzato da IVAS – Italian Vascular Access Society, presso l’Auditorium del Santuario Regionale di San Francesco.

L’incontro ha riunito professionisti ed esperti provenienti da diverse realtà sanitarie italiane, con un obiettivo preciso: garantire ai pazienti oncologici cure sicure, appropriate e continue anche fuori dall’ospedale.

Al centro del dibattito il ruolo degli accessi vascolari, dispositivi essenziali per i pazienti sottoposti a trattamenti prolungati come la chemioterapia. La scelta del dispositivo più adeguato non riguarda solo l’efficacia della terapia, ma incide direttamente sulla sicurezza, sul rischio di complicanze e sulla qualità della vita del paziente.

Il convegno, presieduto da Luigi Aloia e Andrea Orlando, con il contributo del comitato scientifico composto da Vincenzo Faraone, Fulvio Pinelli e Mauro Pittiruti, ha affrontato tutte le fasi dell’assistenza: dalla gestione perioperatoria ai trattamenti oncologici, fino alla manutenzione dei dispositivi nel tempo.

Uno dei temi chiave è stato il necessario collegamento tra ospedale e territorio. Per i pazienti oncologici, l’innovazione non passa solo dalla tecnologia, ma da modelli organizzativi capaci di integrare assistenza ospedaliera, ambulatoriale e domiciliare. Fondamentale, in questo contesto, il ruolo dei team specializzati, che garantiscono competenze dedicate e procedure condivise.

Non si tratta solo di standard clinici, ma di continuità assistenziale: assicurare che il paziente riceva le stesse cure dopo la dimissione, durante i trattamenti ambulatoriali e nell’assistenza domiciliare.

Particolare attenzione è stata dedicata anche alle cure palliative, dove la gestione dell’accesso venoso deve essere sempre valutata in relazione al benessere complessivo del paziente e alle sue preferenze.

«La sfida – ha spiegato Filippo Carlucci, segretario nazionale IVAS – è superare una visione centrata esclusivamente sul dispositivo per costruire un'assistenza che metta realmente al centro la persona. Un approccio che considera l'accesso vascolare non come un semplice strumento, ma come parte integrante di un percorso di cura continuo e rispettoso della dignità del paziente».