Negli ultimi anni le zecche sono diventate protagoniste di un fenomeno che non riguarda più soltanto gli escursionisti: complici inverni più miti e stagioni calde che si protraggono anche oltre ottobre, questi aracnidi stanno ampliando il loro periodo di attività e la loro presenza sul territorio nazionale. A fare il punto è la direzione di Artemisia Lab – CESMET, Clinica del Viaggiatore, guidata dal dottor Paolo Meo, medico tropicalista e infettivologo, che richiama l’attenzione sui rischi legati alle punture e alle infezioni che possono trasmettere.
Le zecche non sono tutte uguali, e nemmeno le malattie che possono veicolare. Tra le principali figurano la febbre bottonosa del Mediterraneo, la malattia di Lyme, l’anaplasmosi e l’encefalite da zecche (TBE), che colpisce il sistema nervoso centrale. L’Italia non è omogenea nella distribuzione del rischio: il Nord-Est è l’area in cui si segnalano con maggiore frequenza casi di Lyme e TBE, mentre al Centro-Sud e nelle isole prevale la febbre bottonosa mediterranea. Secondo i dati CESMET, nel 2025 sono stati registrati nei centri di riferimento 67 casi di encefalite da zecche, contro i 50 del 2024. Per la febbre bottonosa la stima annuale oscilla tra i 400 e i 1000 casi diagnosticati, ma il numero reale potrebbe essere più alto per la mancata denuncia di molte infezioni.
Il riconoscimento tempestivo dei sintomi è essenziale. “Le infezioni batteriche trasmesse dalle zecche devono essere riconosciute innanzitutto sul piano clinico”, sottolinea Paolo Meo. “Nelle fasi iniziali, l’esame del sangue può risultare negativo per gli anticorpi specifici, e attendere la conferma di laboratorio può portare a perdere tempo prezioso”. Tra i segnali da non sottovalutare figurano febbre, forte mal di testa, dolori muscolari, eruzioni cutanee, una chiazza rossa in espansione o una piccola crosta nera nel punto della puntura. Le persone più a rischio di complicanze, tra cui anziani e chi soffre di diabete, patologie epatiche o altre condizioni di fragilità, devono prestare particolare attenzione.
Fondamentale anche sapere cosa fare in caso di puntura. Artemisia Lab e CESMET raccomandano di rimuovere la zecca con una pinzetta a punte sottili, afferrandola il più vicino possibile alla pelle e tirando lentamente, senza torcere. Evitare rimedi come olio, alcol, vaselina o fonti di calore, che possono aumentare il rischio di rigurgito e trasmissione di agenti patogeni. Dopo la rimozione, è importante annotare data e luogo della puntura e monitorare eventuali sintomi nei 30-40 giorni successivi.
La prevenzione passa anche da comportamenti corretti durante le escursioni: indossare abiti chiari e coprenti, applicare repellenti adeguati, camminare al centro dei sentieri e controllare accuratamente corpo e vestiti al rientro. Per chi vive o soggiorna nelle aree endemiche del Nord-Est esiste inoltre la vaccinazione contro la TBE, che tuttavia non protegge dalle altre infezioni trasmesse dalle zecche.