Nel corso della conferenza stampa “Non due sanità. Un solo diritto alla cura”, organizzata oggi presso la CEOforLIFE Clubhouse di Piazza Monte Citorio a Roma, l’Unione nazionale Ambulatori, Poliambulatori, Enti e Ospedalità Privata (UAP) ha lanciato un duro allarme sul nuovo sistema tariffario della specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica, presentando dati che mettono in discussione la sostenibilità economica di un’ampia quota di prestazioni erogate nell’ambito del Servizio sanitario nazionale.

Secondo l’analisi illustrata durante l’evento, su un totale di 2.040 tariffe considerate, 1.591 resterebbero invariate rispetto ai valori precedenti, mentre 448 subirebbero un incremento. Tuttavia, 156 di queste ultime avrebbero un aumento inferiore all’inflazione maturata, con il risultato che complessivamente 1.748 tariffe, pari all’85,7% del totale, risulterebbero inferiori al valore che avrebbero raggiunto se rivalutate con il solo adeguamento monetario calcolato secondo l’indice ISTAT.

Per la presidente della UAP, Mariastella Giorlandino, il dato mette in luce un problema strutturale: «La rappresentazione secondo cui il problema sarebbe stato risolto perché “le tariffe sono aumentate” non regge alla prova dei numeri. La gran parte delle tariffe è rimasta invariata e quelle che sono cambiate spesso non recuperano neanche l’inflazione accumulata in dieci anni, figuriamoci l’aumento reale dei costi».

Il punto centrale della critica riguarda il metodo utilizzato per determinare le tariffe. La UAP sostiene che il sistema attuale si basi su valori aggregati di macro-tipi di prestazioni, senza un procedimento analitico e verificabile che tenga conto del costo effettivo delle singole attività. Secondo l’associazione, questo approccio produce squilibri significativi e rende difficile comprendere le ragioni delle singole determinazioni tariffarie.

Un aspetto sottolineato nel corso della conferenza riguarda anche la differenza tra pubblico e privato accreditato. Come spiegato da Luca Marino, vicepresidente della sezione Sanità di Unindustria, una tariffa non remunerativa incide in modo diverso a seconda del soggetto erogatore: «Se una tariffa non è remunerativa rispetto a una prestazione, nel caso del pubblico crea problemi di bilancio, mentre nel caso del privato non consente di erogare la prestazione a quelle condizioni».

Secondo la UAP, il rischio concreto è che tariffe insufficienti possano tradursi in una riduzione dell’offerta disponibile, con un effetto diretto sull’aumento delle liste d’attesa. Nel corso dell’incontro è stato citato l’esempio di una visita specialistica remunerata 26 euro, una cifra che, secondo l’associazione, non consentirebbe di coprire i costi di un professionista qualificato, dei locali, del personale amministrativo e delle spese di gestione.

Nel dibattito è stato inoltre evidenziato il ruolo significativo delle strutture private accreditate all’interno del Servizio sanitario nazionale. Secondo i dati presentati, nel 2024 le strutture private avrebbero garantito il 28% dei ricoveri del SSN, pari a circa 2,2 milioni di casi su oltre 7,7 milioni complessivi, con una valorizzazione di circa 10 miliardi di euro su 56,5 miliardi totali. Nella specialistica ambulatoriale, la quota sarebbe stata del 36,2%, con oltre 291 milioni di prestazioni su più di 804 milioni, per un valore di 4,77 miliardi su 12,75 miliardi complessivi.

Durante la conferenza, moderata da Maria Grazia Cucinotta, è stato più volte richiamato l’impatto che una revisione insufficiente delle tariffe potrebbe avere sui cittadini. L’attrice ha sottolineato come tariffe non adeguate possano tradursi in minori investimenti, maggiore difficoltà nell’accesso alle cure e peggioramento complessivo del servizio: «Chi si ammala non sceglie di esserlo e va tutelato. La salute è un bene pubblico ma non può essere garantita senza risorse».

La UAP ha inoltre avanzato una serie di proposte operative, tra cui la previsione di aggiornamenti annuali delle tariffe basati su costi analitici e verificabili, la revisione periodica delle tariffe e soprattutto l’apertura di un tavolo permanente di confronto con il ministero della Salute e la Conferenza Stato-Regioni.

«Non chiediamo di sostituire il pubblico con il privato. Chiediamo un Servizio sanitario nazionale più forte. La nostra formula è semplice: pubblico + privato accreditato = Servizio sanitario nazionale. Un solo sistema, un solo diritto alla cura».